Pistoia, 27 settembre 2008

Compositore, dall'Encyclopédie
Caro Alessio,
si chiamava don Martino, sì, proprio don Martino, ed era il ciabattino dove andavamo mio padre e io a riparare le scarpe, ti parlo della fine degli anni ’60. La sua bottega era in via Garibaldi, là, in quel paesino di poche migliaia di abitanti, adagiato in una pianura piena di olivi. Don Martino apriva alle sette del mattino, tirava fuori il suo piccolo banco pieno di attrezzature, la sua centenaria seggiola, poi, pian pianino, giacché aveva oramai superato la settantina, usciva anche un rustico sgabello per il cliente di passaggio. E noi, padre e figlio, ci recavamo da lui a riparare le suole delle scarpe o a fargli dare un lucido speciale per apparentarle nuove. Altri tempi, altre memorie, pochi soldi! Era un artista, indubbiamente era un ciabattino che faceva le cose con somma cura, precisione, con atavica esperienza, ma anche con eleganza e armonia: i chiodini li nascondeva con uno speciale stucco, il lucido era perfettamente assorbito dalla scarpa con un magico drappo, la colla veniva sapientemente nascosta con un veloce gesto e così via.
Artista, come artisti furono in tutti i sensi i primi prototipografi. Mi piace ricordare che, agli inizi della stamperia, costoro peregrinavano, spesso chiamati da committenti, per dare vita ai primi libri, così come nel 1464-65, i benedettini del monastero di Santa Scolastica di Subiaco, vicino Roma, invitarono Konrad Sweynheym e Arnold Pannartz a pubblicare il De oratore di Cicerone, primo libro stampato fuori Germania. L’anno dopo Ulrich Han è a Roma, dando alla luce le Meditationes Vitae Christi del cardinale Torquemada. E via dicendo. Piccoli esempi che portano quasi a paragonare l’arte tipografica all’arte pittorica: il pittore, finito un quadro, si incammina verso altre terre, verso altri mandatari. Certo, il prototipografo ha bisogno di più strumenti e capitali per svolgere il suo lavoro, deve avviare un’attività cominciando dalla base, deve ricercare centri che richiedono la sua esperienza. Insomma, almeno per gli inizi della stampa, lasciami paragonare l’artista tipografo all’artista pittore!
Mi parli dei mestieri, dei tanti mestieri e posti di lavoro che, grazie al nostro Gutenberg, si svilupparono. Ne elenco qualcuno, i più rappresentativi:
- il torcoliere, ossia l’incaricato all’andamento dei torchi. Appoggiava la carta al timpano, chiudeva la fraschetta, faceva scorrere il carrello sotto il torchio, manovrava la leva per la riproduzione e… voilà, ecco il foglio stampato: un miracolo;
- il punzonista, ovvero l’artigiano, che spesso proveniva dall’oreficeria, dedicato a incidere i punzoni dei caratteri che servivano a battere le matrici per la fusione delle lettere;
- il fonditore, colui che si occupava della fusione dei caratteri, tramite le matrici che il punzonista gli passava, carattere che doveva altresì essere pulito e rifinito;
- il compositore, eccolo, l’uomo che si preoccupava della composizione dei caratteri mobili, estraendoli dalle decine di cassetti del suo bancone dove riposavano per essere adoperati. Se era bravo, lavorava senza guardarli, perché sapeva esattamente il luogo dov’erano;
- il battitore, il povero operaio, sempre sporco di inchiostro, addetto all’inchiostratura dei caratteri di stampa;
- il correttore di bozza, – confesso che mi piacerebbe esserlo -, il personaggio che si dedicava a correggere gli errori di stampa mediante dei segni convenzionali che apponeva ai margini bianchi dei fogli.
Forse ne ho dimenticato qualcuno, chiedo loro venia… dopotutto sono passati più di 500 anni e sicuramente la memoria viene meno.
Artisti, caro amico, come non considerarli artisti, quando tutti e ognuno di loro dava il meglio, curava i particolari, lavorava sapientemente e, ricordiamolo, la maggior parte erano nuovi lavori, appena inventati, erano lavori dove si sbagliava spesso, ma questi errori portavano a migliorare l’arte tipografa. Lo dobbiamo anche a Gutenberg!
Insomma, forse oggi manca quella consacrazione al proprio mestiere, quei lavori certosini che davano calma, tranquillità, pazienza, quei lavori fatti con dedicazione e passione. E allora ti domando, Manuzio, quell’Aldo Manuzio veneziano che fu uno dei primi grandi tipografi italiani, anche lui era un artista in un certo qual modo, non credi?
Stavolta mi sono dilungato, spero non averti annoiato, dopotutto, ben sai, quando parlavamo di un qualcosa che ci appassiona e ci accomuna le lancette dell’orologio giravano senza darcene conto, e le ore spesso si facevano piccole.
Un abbraccio,
tuo Rino.
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