Nel 1801, in occasione dei 350 anni dall’invenzione della stampa, l’astronomo Bode introdusse nel suo atlante Uranographia la costellazione dell’Officina tipografica, situata nella parte meridionale del cielo boreale e attualmente riassorbita dalla costellazione della Poppa.

Bode_officina copy

Pistoia, 27 settembre 2008

Compositore, dall'Encyclopédie

Compositore, dall'Encyclopédie

Caro Alessio,

si chiamava don Martino, sì, proprio don Martino, ed era il ciabattino dove andavamo mio padre e io a riparare le scarpe, ti parlo della fine degli anni ’60. La sua bottega era in via Garibaldi, là, in quel paesino di poche migliaia di abitanti, adagiato in una pianura piena di olivi. Don Martino apriva alle sette del mattino, tirava fuori il suo piccolo banco pieno di attrezzature, la sua centenaria seggiola, poi, pian pianino, giacché aveva oramai superato la settantina, usciva anche un rustico sgabello per il cliente di passaggio. E noi, padre e figlio, ci recavamo da lui a riparare le suole delle scarpe o a fargli dare un lucido speciale per apparentarle nuove. Altri tempi, altre memorie, pochi soldi! Era un artista, indubbiamente era un ciabattino che faceva le cose con somma cura, precisione, con atavica esperienza, ma anche con eleganza e armonia: i chiodini li nascondeva con uno speciale stucco, il lucido era perfettamente assorbito dalla scarpa con un magico drappo, la colla veniva sapientemente nascosta con un veloce gesto e così via.
Artista, come artisti furono in tutti i sensi i primi prototipografi. Mi piace ricordare che, agli inizi della stamperia, costoro peregrinavano, spesso chiamati da committenti, per dare vita ai primi libri, così come nel 1464-65, i benedettini del monastero di Santa Scolastica di Subiaco, vicino Roma, invitarono Konrad Sweynheym e Arnold Pannartz a pubblicare il De oratore di Cicerone, primo libro stampato fuori Germania. L’anno dopo Ulrich Han è a Roma, dando alla luce le Meditationes Vitae Christi del cardinale Torquemada. E via dicendo. Piccoli esempi che portano quasi a paragonare l’arte tipografica all’arte pittorica: il pittore, finito un quadro, si incammina verso altre terre, verso altri mandatari. Certo, il prototipografo ha bisogno di più strumenti e capitali per svolgere il suo lavoro, deve avviare un’attività cominciando dalla base, deve ricercare centri che richiedono la sua esperienza. Insomma, almeno per gli inizi della stampa, lasciami paragonare l’artista tipografo all’artista pittore!
Mi parli dei mestieri, dei tanti mestieri e posti di lavoro che, grazie al nostro Gutenberg, si svilupparono. Ne elenco qualcuno, i più rappresentativi:

- il torcoliere, ossia l’incaricato all’andamento dei torchi. Appoggiava la carta al timpano, chiudeva la fraschetta, faceva scorrere il carrello sotto il torchio, manovrava la leva per la riproduzione e… voilà, ecco il foglio stampato: un miracolo;

- il punzonista, ovvero l’artigiano, che spesso proveniva dall’oreficeria, dedicato a incidere i punzoni dei caratteri che servivano a battere le matrici per la fusione delle lettere;

- il fonditore, colui che si occupava della fusione dei caratteri, tramite le matrici che il punzonista gli passava, carattere che doveva altresì essere pulito e rifinito;

- il compositore, eccolo, l’uomo che si preoccupava della composizione dei caratteri mobili, estraendoli dalle decine di cassetti del suo bancone dove riposavano per essere adoperati. Se era bravo, lavorava senza guardarli, perché sapeva esattamente il luogo dov’erano;

- il battitore, il povero operaio, sempre sporco di inchiostro, addetto all’inchiostratura dei caratteri di stampa;

- il correttore di bozza, – confesso che mi piacerebbe esserlo -, il personaggio che si dedicava a correggere gli errori di stampa mediante dei segni convenzionali che apponeva ai margini bianchi dei fogli.

Forse ne ho dimenticato qualcuno, chiedo loro venia… dopotutto sono passati più di 500 anni e sicuramente la memoria viene meno.
Artisti, caro amico, come non considerarli artisti, quando tutti e ognuno di loro dava il meglio, curava i particolari, lavorava sapientemente e, ricordiamolo, la maggior parte erano nuovi lavori, appena inventati, erano lavori dove si sbagliava spesso, ma questi errori portavano a migliorare l’arte tipografa. Lo dobbiamo anche a Gutenberg!
Insomma, forse oggi manca quella consacrazione al proprio mestiere, quei lavori certosini che davano calma, tranquillità, pazienza, quei lavori fatti con dedicazione e passione. E allora ti domando, Manuzio, quell’Aldo Manuzio veneziano che fu uno dei primi grandi tipografi italiani, anche lui era un artista in un certo qual modo, non credi?

Stavolta mi sono dilungato, spero non averti annoiato, dopotutto, ben sai, quando parlavamo di un qualcosa che ci appassiona e ci accomuna le lancette dell’orologio giravano senza darcene conto, e le ore spesso si facevano piccole.
Un abbraccio,

tuo Rino.

300px-Papa_Urbano_II_consacra_l'altare_del_monastero_di_ClunyIl concetto espresso da San Benedetto e sviluppato dai Benedettini, già segnalato in articolo precedente, viene ulteriormente elaborato da Pietro il Venerabile, ultimo illustre abate di Cluny. L’erudito è ancora più chiaro di quanto non fossero stati i predecessori benedettini, sulla questione del libro e del suo valore come attività materiale. In particolare, fa sua l’interpretazione più accreditata alla sua epoca nell’ambito dei cenobiti, sedimentata durante i secoli successivi alla stesura della Regola benedettina: la lavorazione e la realizzazione dei codici manoscritti deve rappresentare l’unico lavoro manuale a cui il monaco si deve dedicare. Insomma: via le mani dalla zappa, che queste possano, invece, stringere la penna.

[...] invece che all’aratro metti mano alla penna, invece di arare i campi, incidi la pergamena [...].

La visione di Pietro il Venerabile è ancor più articolata e contempla un ulteriore concetto, ereditato in parte da Cassiodoro e da Alcuino: l’apostolato per mezzo della penna. L’intuizione è al tempo stesso geniale e semplice: si considera più efficace la diffusione della parola divina attraverso il testo scritto, fruibile da una generalità di individui, piuttosto che attraverso l’oralità, attraverso cioè prediche che possono raggiungere solamente un ristretto numero di uditori. Questa potenzialità verrà sfruttata in seguito da Riformati e Cattolici, grazie all’invenzione della stampa. Pietro il Venerabile ne parla in questi termini, rivolgendosi al monaco:

[...] potrai certamente divenire silenzioso predicatore della parola divina, e, pur tacendo la lingua, la tua voce risuonerà con parole sonanti alle orecchie di molti popoli. Chiuso nel nascondimento della tua cella, percorrerai con i tuoi codici, le terre e i mari.

Un concetto, quello dell’utilità del libro come mezzo di propaganda, che, quindi, viene già elaborato nel corso del medioevo: la modernità saprà acquisirlo e sfruttarlo con grande capacità e proficui risultati.

Abbiamo parlato varie volte di Gutenberg e dell’importanza dei suoi torchi, quale mezzo di diffusione della cultura, delle notizie, del pensiero. Qua di seguito un paio di immagini che rivelano come erano le botteghe tipografiche intorno al XVI sec.

In‌terno di una bottega tipografica rinascimentale

Provate a scoprire voi stessi i diversi specialisti nell’immagine che segue:

Stamperia nel Rinascimento

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Risorse online: liblog.blogdo.net

Ringrazio Seaweeds per la segnalazione.

Seregno 24 settembre 2008

Caro Rino,

Richelieu

Richelieu

nella tua ultima lettera mi chiedi, e ti chiedi, se il potere politico, come quello religioso, abbia esercitato un ruolo determinante, nel bene e nel male, nel fenomeno della diffusione della stampa. Risponderei, in linea di massima, affermativamente, ma solo nel lungo periodo. All’epoca dell’invenzione della stampa, nel secolo immediatamente successivo all’attività di Gutenberg, appare molto attivo da questo punto di vista solamente il potere temporale della Chiesa e l’emergente forma di controllo protestante; il potere secolare sembra accorgersi poco della potenzialità insita nella oculata gestione di un fenomeno di comunicazione (sempre più di massa) come quello tipografico, al fine di operare un migliore controllo delle coscienze. Anche gli stessi Ferdinando e Isabella di Spagna, che nel 1502 istituirono la censura regia con la Prammatica sanzione di Toledo, sembrano muoversi sempre in un contesto dominato dalla sfera religiosa. La censura, insomma, indice privilegiato per misurare l’attenzione dei potenti nei riguardi della stampa, non si rivolge ancora direttamente, e in modo circostanziato, alla politica e alla conservazione del sistema statuale. Un’eccezione alla regola la si può individuare nello sfruttamento del mezzo della stampa per la propaganda anti papista di Enrico VIII, tramite il lavoro di Thomas Cromwell, e nel tentativo di persecuzione nei confronti del tipografo Tyndale, reo di aver tradotto la Bibbia. In questo caso si può notare che gli interessi personali del re, e di politica interna, superano le questioni religiose, arrivando addirittura a sostenere due posizioni incoerenti pur di perseguire i propri piani politici. Ma a parte l’Inghilterra, non è ancora il tempo del capillare controllo dei sudditi da parte dei sovrani.

Solo agli inizi del XVII secolo, dopo due secoli di lenta preparazione, sarà possibile assistere ad una mirata e consapevole gestione da parte del potere politico, per la precisione in Francia, grazie all’operato di una delle figure più significative dell’intera storia moderna: Richelieu. Il motivo è presto detto: l’assolutismo, la centralizzazione del potere, che in quegli anni cominciavano a svilupparsi, hanno bisogno di più controllo sociale e di una emancipazione dal potere, e dal carisma, della Chiesa; e uno degli strumenti utili alla conservazione del potere è proprio la comunicazione. Quindi anche il sovrano si accorge dell’importanza della stampa, e la sfrutta. Richelieu (e ancora più di lui il futuro Luigi XIV), oltre ad operare una censura capillare, istituisce strumenti per il diretto controllo sulla produzione libraria e sui mestieri ad essa collegati: editori, stampatori, tipografi e altri lavoratori devono sottomettersi a regole sempre più rigide e severe. Queste figure, che lavoravano spesso fianco a fianco con gli scrittori, sono centrali nello sviluppo della stampa e, nel tempo, hanno costituito un vero punto fermo nell’economia dell’epoca moderna, almeno in occidente. Spesso si trattava di artigiani altamente specializzati, alcuni veri e propri artisti, che seppur situati in secondo piano, hanno costituito l’ossatura, l’asse portante, dell’intero fenomeno Gutenberg (che fra l’altro era uno di loro).

Quali sono, a tuo avviso, i mestieri, nati grazie all’invenzione della stampa, che più hanno caratterizzato il successo senza precedenti di questo nuovo modo di comunicare? Sei d’accordo con me quando definisco alcuni di questi artigiani degli “artisti”?

Aspetto, come sempre, tue nuove. Un saluto affettuoso anche alla tua consorte,

Alessio

In questo video che segue, un esempio di come doveva essere la vita in uno scriptorium del medioevo.

Poco più di un anno.
Tanto il tempo passato da quando un giorno l’amico Alessio, tornato da una vacanza in quel di Caserta, mi mandò una mail invitandomi a scrivere nei nostri blog una serie di articoli relativi alla stampa, a Gutenberg, ai libri, alla loro diffusione e all’impatto che avevano avuto nella società di allora.
Ben presto ci accorgemmo che l’argomento era tanto profondo e interessante che sarebbe stato meglio scrivere un libro. Mail dopo mail, chat dopo chat, ecco svilupparsi in pochi mesi l’idea e un indice degli argomenti da trattare: la base era pronta, potevamo iniziare a lavorare.
Gaspare - AlessioCosì nacque Dal codice al libro stampato, un volume che tratta della storia della stampa, iniziando dalla nascita del codice, proseguendo con i manoscritti, poi dissertando sui torchi gutenberghiani, sino a continuare con le migliorie tecniche dell’ottocento e giungendo alla stampa nel ‘900. Non tralasciando gli e.book, gli e.reader, il Print on Demand, e via dicendo.
Insomma quasi 300 pagine ricche di notizie, curiosità, informazioni, storia. Ogni capitolo corredato da 4 immagini in bianco e nero, e diversi grafici illustrativi.
Ciò che, nella nostra analisi, è risaltato immediatamente è che possiamo affermare con sicurezza che siamo entrati e stiamo vivendo una quinta età della stampa, dello sviluppo delle comunicazioni scritte, l’età che potremmo denominare informatica.
Oggi, la rapidità delle comunicazioni ci permette conoscere e divulgare notizie, scritti, idee, opinioni in maniera una volta impensabile, ci permette confrontarci con il resto del mondo addirittura in tempi rapidissimi. Possiamo avere a disposizione intere biblioteche on line, poter accedere nei loro scaffali virtuali, prelevare un libro, sfogliarlo, consultarlo. Possiamo comprare, per esempio tramite Amazon.com o Ibs.it, libri di qualsiasi argomento, magari stampati nel più remoto angolo della nostro Globo. Nello stesso tempo possiamo pubblicare tramite i vari P.o.D. i nostri romanzi, le nostre poesie, i nostri lavori universitari. Un salto di libertà unico nella nostra storia di esseri umani.
Ma tutto ciò ha avuto un passato, e ci è sembrato appassionante, ad Alessio e al sottoscritto, analizzarlo, studiarlo, scomodando autori italiani, americani, inglesi, spagnoli, francesi, abbiamo letto tutto quanto ci è stato possibile, da libri a riviste, da periodici a opuscoli, da documenti a testimonianze dirette, abbiamo visitato svariate volte le biblioteche delle nostre città, abbiamo passato notti insonni prima di completare un capitolo o azzardare una tesi. Ci siamo scambiati centinaia di mail.
Se ben riflettiamo, questa collaborazione, fra lui e me, collaborazione che avveniva e avviene in modo istantaneo, una volta era lenta, ci si doveva mandare delle lettere, aspettare il corriere, il postino, lasciare che il tempo trascorresse. Orbene, la quinta età è già iniziata!

Rino, ringraziando tutti coloro che vorranno leggerlo.

Abraham OrteliusL’invenzione della stampa cambiò il modo di fare cultura, di leggere, di comunicare, rivoluzionò la trasmissione del sapere e del conoscere.
Il secolo XVI fu un periodo in cui l’editoria si affermò come professione e i libri si pubblicavano a decine.
Però, qual era il rapporto fra stampatore e autore? Quali proventi ricavava un autore dalla stampa di una sua opera?
Ebbene, uno dei cartografi più famosi del 1500, oltre a Gerardo Mercatore, fu certamente Abraham Ortelius (Anversa 1527-1598), autore di un best seller di mappe geografiche più volte stampato e geografo alla corte di Filippo II di Spagna. Negli stessi anni, lo stampatore francese Christophe Plantin (1520-1589), attivo nelle Fiandre, ad Anversa, era uno dei più famosi editori di tutta Europa, con un catalogo che, in quei tempi, contava oltre 1500 titoli.
Nel 1586, Ortelius rispondeva a una lettera di suo nipote, che gli domandava consigli sul tipo di ricompensa da chiedere ai suoi stampatori, compensi relativi a un volume sulla storia della rivoluzione nei Paesi Bassi:

Mi sembra che, per quanto sono riuscito a scoprire di questi tempi, gli autori di rado ricevono denaro per i loro libri, poiché i soldi in generale vengono dati agli stampatori mentre gli autori ricevono qualche copia una volta stampato il libro.
Gli autori poi si aspettano qualcosa dalla persona a cui dedicano il libro, dalla generosità di un protettore, ma sono spesso, e in verità credo il più delle volte, delusi.
Ero presente quando Plantin ricevette un pagamento di cento daelders da un autore che voleva far stampare il suo libro. Si trattava di Adolphus Occo e del suo libro di medaglioni. Può essere che lo stampatore gli avesse dato a intendere che il libro non avrebbe venduto granché. Inoltre, quando i libri sono cari, per esempio quando richiedono molte illustrazioni, il costo relativo viene caricato sull’autore. Sambucus ha pagato per tutte le figure del suo libro di Emblemi. Di recente Plantin ha accettato un libretto che gli frutterà 200 fiorini olandesi.
Anche se mi sembra che gli autori di rado ricevano soldi dagli stampatori, come ho detto, ricevono però delle copie. Il numero più alto di copie di cui ho sentito parlare (e che era stato stabilito in precedenza) è di 100. Quando Plantin ha stampato il mio volume di Sinonimi, me ne ha spedite a casa 25 copie, per le quali l’ho molto ringraziato. Cosa farà col mio Thesaurus (che sta stampando ora) lo dirà il tempo.
Alcuni autori, avendo trovato che la loro opera era stata stampata molto bene, gli hanno fatto dono di una coppa d’argento.” (1)

Usualmente le tirature della tipografia Plantin si aggiravano sulle 1000-1250 copie, ma non erano rari i casi di 3-4.000 esemplari, come la sua Bibbia ebraica del 1566 o per la Bibbia in tedesco di Lutero, 4.000 copie.

Rino, scrivendo in un blog.

 

(1) da: L. Jardine, Affari di genio, ed Carocci, 2006.

Uno dei capolavori di Rembrandt per dimostrare quanta luce provenga dai libri e  quanto siano indispensabili per la conoscenza umana. 

 

Ritratto di Cornelis Claeszoon Anslo e di sua moglie Aaltje Schouten

Ritratto di Cornelis Claeszoon Anslo e di sua moglie Aaltje Schouten

Il libro del mese

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